C’era una volta un maestro

Sono anni che non vado allo stadio eppure ero lì nell’Olimpico vecchio e nuovo per i due scudetti della Lazio.
Ma devo dire che del secondo, quello dei miliardi delle coppe e dei campioni, mi è rimasto ben poco, non ricordo neppure i protagonisti…
Di quella Lazio del lontano 1974 ricordo tutto, le gioie, le sofferenze, gli uomini.
In quella squadra non c’erano i Maradona, i Platini, non c’era pedigree.

Erano tutti brutti, sporchi, cattivi. Gran parte di loro, dichiaratamente fascisti, preferivano risse e pistole e chissà cos’altro che schierarsi contro l’oppressione del proletariato e per me adolescente di sinistra con la testa in rivolta non era propriamente motivo di vanto essere tifoso e per di più della Lazio.
Ma così è il calcio: la ragione spesso se non sempre dimora altrove.
Non vi erano campioni in quella squadra ma ricordo che andando allo stadio eri certo che quegli uomini avrebbero dato tutto pur di vincere e che mai ti avrebbero deluso.
I calciatori che ne facevano parte fino al venerdì pomeriggio se le erano date di santa ragione nella fatidica e oramai nota partitella di allenamento, i tifosi per vedere come se le suonavano accorrevano a migliaia ogni santo venerdì, perché perdere era vietato e allora la partita poteva continuare fino all’imbrunire, spesso si finiva per accendere gli impianti di illuminazione e una volta rientrati negli spogliatoi si dice che la competizione poteva continuare fin lì e questa volta i calci non erano dati ad un pallone.
Ma quegli stessi uomini la domenica pomeriggio erano capaci di dimenticare ogni debolezza, ogni astio, ogni rivalità e narcisismo e di ritrovarsi in un gioco di così intensa forza e bellezza che a quei tempi non aveva uguali.
Forse questa squadra senza volerlo incarnava la vera rivoluzione proletaria!
Una squadra del Sud, di gente comune, di faticatori, di emigranti, di calciatori che per essere quello che erano dovevano lottare e sudare, non essendo dei predestinati, non avendo nessuna bacheca piena di titoli e petrolieri pieni di soldi alle spalle.
I campioni e i soldi erano altrove: a Torino e Milano ricche e blasonate
La grandezza di quella formazione a conti fatti non è stata nel numero di vittorie, nelle coppe conquistate, nell’aver a lungo dimorato tra gli Dei del calcio, la sua vita fu come un furioso, devastante e subitaneo incendio.
La sua grandezza risiede nelle leggendarie storie che accompagnano ancora adesso il suo ricordo.
Una su tutte, che permette di capire l’alchimia che si era creata tra giocatori, pubblico e l’uomo, buono e competente quanto arguto e perspicace, che era quel maestro di calcio e vita di nome Maestrelli.
Era il 14 aprile 1974 e si giocava all’Olimpico Lazio – Verona, mancavano poche giornate alla fine del Campionato e la Lazio prima in classifica si giocava le sue chance di vittoria finale con la Juventus ma dopo un primo tempo arrembante si ritrova a perdere 2 a 1, i giocatori hanno i nervi a fior di pelle e nel mentre si dirigono verso gli spogliatoi urlano e litigano tra loro, gli spettatori nel guardarli temono il peggio e lo teme anche Maestrelli che si mette davanti la porta dello spogliatoio e intima ai suoi ragazzi di ritornare immediatamente in campo!
I giocatori stupiti obbediscono e gli spettatori vedono riemergere gli undici uomini sul campo da gioco, l’Olimpico si fa muto, c’è un silenzio surreale quasi si sentono respirare i calciatori al centro del campo, poi si alza un grido “Lazio Lazio” e continua così per dieci minuti ininterrottamente!
E’ una bolgia!
I giocatori sono lì immezzo al campo silenziosi e Maestrelli nel vederli sa che i suoi ragazzi ora faranno quello che meglio sanno fare: giocare a calcio!
Così è si vince 4 a 2 ma per noi che eravamo sugli spalti quei gol e quella vittoria contano fino ad un certo punto, nei nostri occhi rimane, ancora adesso a distanza di tanti anni, quell’immagine di quei ragazzi stretti nel cerchio di metà campo, quel grido continuo che riempe l’Olimpico e quel Maestro vicino alla panchina che guarda i suoi ragazzi.